NORMALI MARZIANI2

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giovedì 13 dicembre 2007
diego Babini

In questa sezione del sito pubblichiamo le recensioni dei cd/demo che arrivano quotidianamente ad Altipiani. Le recensioni e la scheda del gruppo sono state scritte da 80 ragazzi che partecipano al corso di formazione ideato/promosso/organizzato da Altipiani

Nome artista: Diego Babini

Genere e tipologia del gruppo: Hard Rock/Metal/Death Metal

La tracklist pare essere questa:
1 – Suicide

2 – Bad Inside

3 – Suicide (on-line su http://www.goear.com/listen.php?v=1deccb0)

4 – Death Row

 

1 – Suicide

Brano spinto, potente, energetico, coinvolgente. Puro hard rock, riff di chitarre a spaccare, batteria da combattimento. La struttura ricca, piena di dinamica e seconde voci, contorna il perfetto scenario per una voce favolosa…ora arriva il bello. O hanno invitato Chris Cornell in studio o non si spiegano parecchie cose: la voce, credo sia la sua (di Chris). Ma non riesco a trovare riferimenti tra il testo (in inglese) e le informazioni che si possono trovare in rete. Il pezzo è registrato con elevata professionalità, mixato e masterizzato da professionisti del settore che lo hanno portato a non avere invidia nel sound di nessun’altro brano rintracciabile sui scaffali dei negozi. Sarà tutto vero?

3 – Suicide (on-line su http://www.goear.com/listen.php?v=1deccb0)

La parte strumentale è identica a quella suonata nella prima traccia. Cambia però la traccia vocale del Babini. Meno alla Cornell e con strigliate meno spinte e più sobrie nello stile. Qui rimane il dubbio: perché è cantata benissimo anche questa, ma non sembrano essere le stesse corde vocali della precedente recensita. Il dubbio rimane, come l’elevato valore del brano.

2 – Bad Inside e 4 –Death Row

Entrambi i pezzi vengono cantati con la voce incontrata nella terza traccia. Il primo pezzo, Bad Inside, ricalca il genere di Suicide. Qualità ottima nella registrazione e nel mixaggio. Brano un’unghia meno coinvolgente del primo, ma molto simili nello stile.

Death Row invece si presenta più amatoriale dei restanti, in termini di sound da studio: la batteria non viene trattata divinamente come nelle altre tracce e il basso satura spernacchiando qua e là. Voce e chitarre vanno da sé. Il pezzo è il più dark e meno carico del demo, con accenni di growling forse cantato non dal Babini. Se si può azzardare, il brano è una “classica ballata Death Metal”.



giovedì 13 dicembre 2007
Diego Babini

In questa sezione del sito pubblichiamo le recensioni dei cd/demo che arrivano quotidianamente ad Altipiani. Le recensioni e la scheda del gruppo sono state scritte da 80 ragazzi che partecipano al corso di formazione ideato/promosso/organizzato da Altipiani

 

Nome artista: Diego Babini

Genere e tipologia del gruppo: Hard Rock/Metal/Death Metal La tracklist pare essere questa:
1 – Suicide

2 – Bad Inside

3 – Suicide (on-line su http://www.goear.com/listen.php?v=1deccb0)

4 – Death Row

 

1 – Suicide

Brano spinto, potente, energetico, coinvolgente. Puro hard rock, riff di chitarre a spaccare, batteria da combattimento. La struttura ricca, piena di dinamica e seconde voci, contorna il perfetto scenario per una voce favolosa…ora arriva il bello. O hanno invitato Chris Cornell in studio o non si spiegano parecchie cose: la voce, credo sia la sua (di Chris). Ma non riesco a trovare riferimenti tra il testo (in inglese) e le informazioni che si possono trovare in rete. Il pezzo è registrato con elevata professionalità, mixato e masterizzato da professionisti del settore che lo hanno portato a non avere invidia nel sound di nessun’altro brano rintracciabile sui scaffali dei negozi. Sarà tutto vero?

3 – Suicide (on-line su http://www.goear.com/listen.php?v=1deccb0)

La parte strumentale è identica a quella suonata nella prima traccia. Cambia però la traccia vocale del Babini. Meno alla Cornell e con strigliate meno spinte e più sobrie nello stile. Qui rimane il dubbio: perché è cantata benissimo anche questa, ma non sembrano essere le stesse corde vocali della precedente recensita. Il dubbio rimane, come l’elevato valore del brano.

2 – Bad Inside e 4 –Death Row

Entrambi i pezzi vengono cantati con la voce incontrata nella terza traccia. Il primo pezzo, Bad Inside, ricalca il genere di Suicide. Qualità ottima nella registrazione e nel mixaggio. Brano un’unghia meno coinvolgente del primo, ma molto simili nello stile.

Death Row invece si presenta più amatoriale dei restanti, in termini di sound da studio: la batteria non viene trattata divinamente come nelle altre tracce e il basso satura spernacchiando qua e là. Voce e chitarre vanno da sé. Il pezzo è il più dark e meno carico del demo, con accenni di growling forse cantato non dal Babini. Se si può azzardare, il brano è una “classica ballata Death Metal”.

 

 





venerdì 16 novembre 2007
Queimada

 

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Nome gruppo e titolo demo: QUEIMADA - Bootleg

Contatti: queimada@supereva.it

Genere:Rock-blues cantautoriale; brani originali; testi in italiano.

Formazione: voce, chitarra, testi (Guido Forlani); chitarra, voce, testi (Alessandro De Francesco); basso (Samuele Scheda); batteria (Daniele Martelli).

Contenuto demo: 1) Diamanti di Tangeri; 2) La noia che avanza; 3) Uccelli migratori.

Registrato e mixato da Alan Veda durante le prove in sala il 07/11/’06,

“Up & Down studio”, Imola.

Contenuto dvd: backstage e concerto dal palco di “15° Rock a tutta birra”, Imola, 07/09/’06.          

 Brani live: Acqua fangosa; Amaro raccolto; Pensieri e desideri; Scintille di follia.

Extra da “Sorsi di rock”, Castel Guelfo, 21/05/’06. Brano: Rimini d’inverno.

Montaggio realizzato da Simone C. P. al “Don’t play studio”, Imola.

 

Ciò che noto dal sostanzioso lavoro proposto dai Queimada, è la loro schiettezza, e l’impressione che

come gruppo abbiano avuto modo di raccogliere un loro pubblico e di formarsi artisticamente per lo più in contesti live e di dimensione locale. I pezzi proposti sono dieci, tra l’interessante demo di tre tracce e il dvd di esibizioni dal vivo, inclusi gli estratti strumentali di un paio di brani posti a commento sonoro dei momenti di backstage e dei titoli del video. Tentando una definizione, sono ballate rock con una vocazione blues in alcuni casi particolarmente ispirata e con qualche influsso più leggero e funky, che paiono non volersi concedere fronzoli nè stupire con voli pindarici e affabulazioni sonore; è d’altronde chiaro che i chitarristi-cantautori dei brani, specialmente Guido Forlani, amano scrivere e “cantare storie”.

     Storie in forma di istantanee, “poesia urbana” che trae spunto dal reale creando suggestioni dal senso talvolta intricato, di non immediata comprensione, e che parla di persone e di viaggi in luoghi di confine: luoghi geografici seducenti in cui anime e sguardi emergono in un suono in “Diamanti di Tangeri”; luoghi sociali in cui cieca convenzionalità e attaccamento al benessere mascherano il vuoto e generano mostri, in “La noia che avanza”; non-luoghi di passaggio per i migranti alla ricerca di un posto nel mondo dove potersi sentire a casa, nella dolente allegoria di “Uccelli migratori” (cui personalmente associo scene di più d’un film di Tony Gatlif, ad esempio il follemente satirico “Je suis né d’une cigogne” o il totalmente musicale “Latcho Drom”, in cui gli stormi in volo compaiono sullo sfondo di racconti sull’umanità esiliata o straniera ovunque, come segni visibili di riflessioni che portano un po’ più in là); luoghi interiori dove memoria, presente e proiezioni future dei protagonisti di “Acqua fangosa” trovano consolazione, o dove l’io narrante di “Amaro raccolto” e di “Pensieri e desideri” fà i conti con gli inganni della guerra e della mente; luoghi comuni sfidati in “Scintille di follia” con arroganza, a tratti anche fuori-tono rispetto allo stile, a mio parere molto poetico nella sua rudezza, degli altri brani, è d’altronde questo uno dei pezzi in cui la vena più blues del gruppo si fa tangibile e ben riuscita, complici un giro di basso semplice e accattivante, l’interpretazione dei musicisti e la partecipazione informale di Beppe Adamo all’armonica blues; infine “Rimini d’inverno”, luogo fisico trasfigurato in visione simbolica e affettiva.

     Buona l’idea di allegare il video di un concerto live: durante l’esibizione all’interno di un festival all’aperto, il gruppo è stato ripreso da tre videocamere (una per il totale del palco in posizione frontale, una in posizione più ravvicinata orientata sul lato sinistro del palco, una dalle quinte del palco stesso) di conseguenza tre tagli differenti su cui montare le immagini seguendo quindi una buona regia musicale, in grado di darci uno spaccato sul modo di suonare, di suonare insieme, e di suonare davanti a un pubblico dei Queimada. Quello che vi ho visto ha in parte influito sulle considerazioni che avrei espresso basandomi soltanto sul demo, dai cui suoni sporchi emerge comunque un gusto accorato per il genere musicale che portano avanti e una certa coerenza che suscita il mio rispetto pur non trovandomi nelle corde di tutti i pezzi di “Bootleg”: sul palco mostrano infatti un positivo affiatamento, grazie al quale durante l’esibizione i musicisti non dimenticano di ascoltarsi tra di loro e di credere in ciò che fanno senza prendersi troppo né troppo poco sul serio; il modo di porsi del gruppo nei confronti del pubblico (come in un certo senso anche il modo in cui viene presentato il gruppo nell’intro -backstage del filmato) non manca poi di spontaneità accolta da un vivace coinvolgimento, e se da un lato credo che esso riveli un’abitudine pericolosa a rivolgersi ad un pubblico di conoscenti da cui vengono seguiti in un circoscritto contesto di attività, dall’altro rivela un’esperienza e un’attitudine live di cui potrebbero farsi forti.

 

Giada Giovanile





venerdì 16 novembre 2007
Libra

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NOME DEL GRUPPO: LI.B.RA.-Libere Bande Radio

CONTATTI: www.liberebanderadio.splineder.com

TITOLO DEMO: Ritagli nell’ora provvisoria

ANNO DI PRODUZIONE DEMO: novembre 2006

GENERE: rock/folk "sperimentale"

COMPONENTI DEL GRUPPO: nucleo originario: Guido Ianni(voce), Francesco Petrucci (chitarra), Raffaele Buondi (tastiere, cori), Francesco Testa (basso), Simone Silvestri (batteria)-

saltuari ed aggiunti: Marco Celani (fisarmonica), Franco Corinzi (cori), Pino Vitali (sax).

 

 

RECENSIONE:

Che si pensi al ritaglio come alla parte asportata da un oggetto, o come all’insieme dei pezzetti che avanzano dopo il taglio della parte principale, l’immagine che assume consistenza è quella di un corpo a cui sono stati recisi i contorni. Qualcosa di incompleto dunque, ma che, pur non rappresentando molto se preso singolarmente, è comunque parte costituente di un tutto. Forte di questa materializzazione ho stabilito, da fruitrice che cerca di non farsi sopraffare dall’istinto, che l’approccio migliore ai tre brani che compongono il demo dovesse essere composto di “ritagli” d’ascolto, di segmenti di analisi assemblabili solo dopo reiterati avvicinamenti.

Al primo ascolto i tre brani che compongono il demo mi hanno lasciata perplessa, sicuramente delusa: suono sporco, fattezza decisamente artigianale, disarmonia a tratti disarmante tra melodia e cantato, mi hanno indotto a pensare alla tipica incisione goliardica da sabato pomeriggio in garage, fatta di strumenti che procedono autonomamente e cambi ritmici  maldestramente eseguiti.

Al secondo ascolto ho constatato che il cantante ha un voce poco malleabile e tendente alla monotonia, sicuramente poco adatta alla giustapposizione di toni tipica di certi momenti, ma  caratterizzata da una pregevole estensione.

Al terzo ascolto, dopo essermi pazientemente dedicata allo scioglimento di non poco ridondanti grovigli di parole, a volte difficili da decifrare, ho cominciato a percepire il senso, pur aleatorio e criptico, di testi pensati e tutto sommato non scontati.

Al quarto ascolto ho scoperto con allegro stupore chitarre fascinose e suadenti, echi di fisarmonica e frammenti di atmosfere rarefatte; ho attribuito UN significato ai testi… E il mio piede ha cominciato a seguire un ritmo conosciuto…

Il quinto approccio è stato quello decisivo. Ho  riassemblato  i ritagli sperimentando un senso nuovo dell’opera intera, totalmente disgiunto e decisamente migliore della somma delle singole parti. Atmosfere intimistiche impreziosite da passaggi dark con sfumature di blues in “Ilarità”. Suoni folk sperimentali, alla “Ratti della sabina”, interrotti da ritornelli canticchiabili ma non banali in “Ritagli”, raffinatezza e  taglio ricercato nel più rockettaro “Del presente” .

Ovvio un mio atteggiamento al momento non completamente positivo e denso di remore. Ma altrettanto ovvia la concessione di una moratoria del giudizio finale, corroborata dalla consapevolezza di aver approcciato soltanto un embrione… Il feto di un’opera che, secondo quanto riportato nel blog del gruppo, sembra aver superato la gestazione ed essere venuta alla luce alla fine del processo di maturazione, con il nuovo titolo di “Ritagli in ritardo”, a luglio 2007.

Bisognerebbe riprendere le forbici…..!

 

Alessandra Paccamiccio, corso serale.

 





martedì 13 novembre 2007
BDPC

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BDPC (4 SKA)

www.myspace.com/bdpc4ska

www.bdpc4ska.net

PER UN ISTANTE NON VEDO PIU’ NIENTE, 2005

Genere: ska, pop- punk

Formazione: Federico Del Bianco, voce

Michele Magnoni, chitarra

Leonardo Battistelli, chitarra

Francesco Marinelli, batteria

Fabio Barona, sax

Enrico Tontini, basso.

 

LA RECENSIONE E' DISPONIBILE INVIANDO UNA MAIL A

benebi@altipiani.it

 





sabato 10 novembre 2007
Sinestesia

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Nome del gruppo SINESTESIA (quattro elementi che arrivano dalla toscana Basso, batteria, chitarra e fiati per un nome impegnativo come sembra esserlo il progetto: Sinestesia)

Sinestesia… la costruzione mentale di una struttura creata usando stimoli sensoriali di natura diversa, la visione figlia di due distinte sensazioni, la percezione da più livelli, l’arte tutta. La copertina, sobria e lineare nello spazio, rompe gli schemi con il soggetto, un fungo stile naif degno del primo max ernst alle prese con l’acquarello, mentre i titoli dei brani, otto in tutto, sono brevissimi tra soggetto ed aggettivo ed evocativi anche troppo.Ma è ascoltando il disco che il bollino toscano d.o.p. viene a galla. Il suono è chianti asciutto e aspro servito da Renzulli in persona mentre la voce è una tagliata classica con contorno di Negrita. I primi quattro brani risultano abbastanza vicini per sonorità e testi all’Infinito dei Litfiba con una ritmica ordinata e vivace mentre i restanti pezzi dell’album scivolano verso i Timoria con testi più comprensibili perché meno astrusi ma anche con musica meno viva e coinvolgente; fa eccezione l’ottavo brano che sembra uscito da una compilation di Roy Paci. Nel complesso il lavoro risulta gradevole senza brillare ma senza neanche deludere e trova la sua forza nell’esecuzione corale ed in una buona voce, anche se testi più leggeri e fruibili avrebbero garantito sicuramente maggiore orecchiabilità. Il cd contiene anche una breve performance live al Roxy bar di Ronnie dove l’imbarazzo degli emergenti per l’evento si vede e si sente tutto. Per i ragazzi, nella attesa della riforma Fioroni, promozione con debito formativo non trascurabile.

Nevsky





giovedì 8 novembre 2007
Azules

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Nome gruppo AZULES

Contatti tomcuneo@hotmail.com

Genere Musica sudamericana rivisitata e brani in stile latin-jazz, strumentale.

Formazione chitarra (T. Cuneo); chitarra (R. Manzi); batteria (L. Caponi) contrabbasso (A. Avena); sassofono (M. Agostini).

Contenuto demo: 1) Para los ninos; 2) Ausencia; 3) Pelourinho; 4) Gracias à la vida.

La musica degli Azules ha qualcosa di ipnotico che coinvolge al primo ascolto. Premetto che il mio

apprezzamento è tanto più sentito quanto meno credo sia facile re-interpretare brani di storica presa emotiva sugli ascoltatori, mi riferisco ad “Ausencia” e “Gracias à la vida”, e farlo in modo da svelarne sfumature inedite.

Di un classico come “Ausencia” abbiamo già sentito una varietà di arrangiamenti: ad esempio quello trasfigurato in una trascinante “pompe manouche” dalla castigliana Amparanoia, quello struggente e onirico cantato in brasiliano da Cesaria Evora nella colonna sonora del film “Underground” (e chi si vanta di esserne il compositore per poi rivenderla come creazione inedita commette una grave ingiustizia nei confronti delle tradizioni musicali tzigana, balcanica e in questo caso anche latinoamericana cui ha attinto), o quello che ne sottolinea l’aspetto passionale nel “Tango” dei portoghesi Madredeus. La versione degli Azules ne trae uno spunto ancora diverso, ben sintetizzato dal lamento del sassofono che apre e chiude la traccia con un semitono ascendente in accordo di settima, il cui effetto di rarefazione e malinconia è tenuto vivo nel corso del brano da un uso sapiente di riverberi e distorsioni, dalle variazioni della chitarra solista sul tema della strofa, dai veri e propri “vocalizzi” del contrabbasso suonato con l’arco, da un dialogo fra gli strumenti che dà piuttosto l’impressione dell’incrociarsi di pensieri in un momento, e in un paesaggio, desolato. Interessante anche che la melodia del ritornello/ponte del pezzo, venga come “ricordato” una sola volta in coda, dal pizzico della chitarra, come unico custode dell’essenza di un discorso sospeso.

Analoga per evocazione di certi stati d’animo, seppure meno nostalgica data la natura commovente sì, ma gioiosa della ballata poetica di Mercedes Sosa, è la rivisitazione di “Gracias à la vida”. Mi sono avvicinata per la prima volta a questa traccia dopo aver riascoltato una versione live dell’originale,  quanto mai forte dello spirito combattivo e fiducioso con cui il brano è stato composto, in cui la Sosa duetta con Joan Baez. In questo modo le sonorità degli Azules  mi sono giunte come un proseguio complementare e narrativo di quella versione. Dopo una breve intro della chitarra ritmica, cui una batteria minimale và a sovrapporsi, la chitarra solista enuncia il tema ma lo fa, per così dire, prendendolo alla lontana, sostenuta poi dagli interventi cantati dal sax e dalla linea del contrabbasso, stavolta pizzicato: così il valore di questa rivisitazione da parte del quintetto risiede, per me, nel non compiacersi della melodia originale ma di accennarla appena, lasciandola emergere ed evolversi, oltre che nei soli degli strumenti, nel cuore. “Dipingere nuvole per disegnare la luna” disse un saggio. E la luna da loro riportata alla memoria sa di quel dolore di cui il brano originale stesso non si compiace, ma che sottende e anzi rinvigorisce la gioia di vivere da esso celebrata.

 Alla prima e alla terza traccia del demo dedicherò meno spazio perchè non so se si tratti di brani originali o no. Nel primo caso gli Azules avrebbero senza dubbio il merito di ricreare e fare proprio un linguaggio musicale che nasce dall’immenso intrecciarsi di generi e ritmi originari del Sud-America, come le tradizioni brasiliane del choro o della rumba bajon che s’avvertono in “Para los ninos”, seppure il titolo non sia in lingua brasiliana e certi passaggi armonici possano richiamare musiche di terre ispanofone come Cile o Perù; più espliciti sono il titolo e le sonorità di “Pelourinho”, che per quanto ho scoperto è il nome con cui si usa indicare il centro storico di Baja. Nel caso in cui si tratti invece di ri-arrangiamenti non posso esprimere un commento poichè ignoro l’esistenza di brani così intitolati da cui possano eventualmente aver tratto ispirazione. In generale suoni puliti e incisivi che paiono rivelare un buon eclettismo stilistico. Due sole critiche: la prima è dovuta più che altro a un gusto personale, trovo infatti che sonorità come queste rischino di essere opacizzate dalla scelta di suonare, ad esempio, la batteria piuttosto che percussioni provenienti da quel clima culturale (seppure in questi pezzi essa risulti sempre in sintonia con il senso musicale d’insieme); l’altra, che m’auguro possa venire accolta come un consiglio, riguarda il fatto che trovare sulla copertina qualche annotazione relativa al gruppo e ai brani del demo avrebbe permesso di farmene un’idea più completa. Si tratta in ogni caso di un bell’ascolto, anche grazie alla sequenza equilibrata delle quattro tracce: dal tema “rumbero” e cantabile della prima, alla malinconia non banale della seconda, alla terza serena come una passeggiata in un giorno di sole, all’ultima riflessiva ballata in stile jazz.

 

Giada Giovanile





giovedì 8 novembre 2007
Ile de Reves

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Nome gruppo ÎLE DE RÊVES

Contatti Blusion@libero.it

Genere Canzone melodica italiana con qualche ambizione; brani originali; testi in italiano.

Contenuto demo 1) Lontano 2) Ali 3) Pioggia d’agosto

 

Per commentare in maniera se non benevola almeno costruttiva il lavoro degli “Île de rêves”, ammetto

d’aver dovuto fare uno sforzo prima per ascoltare fino in fondo il loro demo, poi per comprendere il loro punto di vista musicale, infine per capire cosa c’è che non mi suona senza limitarmi ad un giudizio caustico.

Comincio dunque da una nota positiva: i musicisti del gruppo, ho scoperto solo alla terza traccia in cui non a caso v’è una lunga e bella coda strumentale in cui si lasciano andare a qualche assolo e sembrano sperimentare un sincero amore per la ricerca sonora, sono bravi. Ho riascoltato allora diverse volte i tre pezzi del demo cercando di concentrarmi sull’arrangiamento, notando che il problema non risiede lì, ma forse radicato in una vacuità di fondo sia nel senso musicale d’insieme che manca a sostenere i pezzi, v’è comunque un concorso di eventi che rende questa musica stucchevole. Preciso che per quanto non frequenti spesso il genere sentimentale italiano, non ho pregiudizi negativi, dal momento che ci sono brani particolarmente melensi, ad esempio, di Zarrillo, Raf, Ferro, ma anche in senso lato dei Tiromancino o dei vari “classici” o meteore della canzone pop italiana, che mi suscitano delle emozioni.

Per esclusione quindi, se i musicisti non suonano niente male, se il cantante sembra possedere delle qualità vocali tecnicamente buone, tra cui un’estensione di cui non manca di dar sfoggio dando anzi l’impressione che si preoccupi più della resa tecnica che non di esprimere qualche sentimento genuino, e se si presentano come gruppo e quindi anche il lavoro d’insieme non può esser stato poi tanto trascurato, giungo alla personale conclusione che sia il contenuto a latitare. Il principale punto debole direi che sono i testi, e il fatto che sulla copertina del cd sia stato scritto “Musiche e testi depositati presso SIAE. Diritti riservati” rende, se possibile, ancora meno indulgente la mia opinione. Il primo brano, “Lontano”, recita “se un istante mi credi più vicino ti sarò”, e probabilmente no, non gli credo, gli “Île de Rêves” non mi convincono.

 

Giada Giovanile





giovedì 8 novembre 2007
Cantinaroots

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Nome gruppo CANTINAROOTS

Contatto info@cantinaroots.it

Genere Reggae cantautoriale con incursioni; brani originali; testi in italiano e in inglese.

Contenuto demo: 1) Profumo; 2) Cercando; 3) In my thoughts

“DEMOdè” 2006

 

E’ dolce e, a mio parere, irresistibile l’incipit del primo brano del demo dei Cantinaroots, “Profumo”,

dove in tonalità maggiore una tromba e un sassofono suonano una melodia che è poi difficile togliersi dalla testa: partono all’unisono con aria solenne, per poi separarsi ad un intervallo di terza l’una dall’altra, in una semplice scala discendente che dissipa l’assertività iniziale, già peraltro stemperata dagli arpeggi da “carrillon” della tastiera, introducendo il senso della canzone e il ritmo reggae che caratterizza lo stile del gruppo. Una bella canzone in cui il testo e la musica si completano a vicenda nell’illustrare un conflitto interiore, da un particolare: il “profumo” di lei che è andata via, mentre lui (la voce) cerca di convincersi, proprio con quell’assertività timidamente ostentata dall’intro strumentale e che ritorna a scandire le strofe fino alla rassegnata modulazione in minore che conclude il pezzo, che “non è cosa seria”, che se qualcosa gli manca di lei è l’abitudine al suo profumo, tanto che continua a sentirlo nell’aria, addosso, nel suo stesso respiro. “Non è, quello che resta nell’aria con me quando parti, non è il tuo profumo. Sei te..”, inizia da questa piccola presa di coscienza il racconto, parole con cui l’autore ha saputo giocare, nonostante qualche citazione forse voluta (riconosco un paio di espressioni già sentite in altrettanti pezzi di Daniele Silvestri, di cui il cantante ricorda anche la vocalità), parole che la voce interpreta con le accentazioni e un aumento graduale di intensità, sottolineato dalla scelta di cantare una quinta sopra, come un’invocazione quasi urlata, l’ultima strofa. Musicalmente il gruppo sostiene con passaggi mirevolmente dispari il contrappunto di immagini e ripetizioni costruito dal testo, e tre modulazioni ritmiche si susseguono con disinvoltura tra la seconda e la terza strofa: un inciso a ritmo binario in battere che varia la struttura del pezzo con una breve parentesi di rock melodico prima di tornare ad un ponte reggae strumentale e di nuovo al ritornello.

Il brano che segue, “Cercando”, è un ascolto di tutt’altra natura. Il tema è inizialmente la ricerca spirituale, principio per l’autore del testo di una dissertazione che parte dal sintonizzarsi con il Suono Primigenio, “Ohm.. o comunque vi piaccia di dire –verbo o vibrazione, è la sorgente del nostro avvenire [..] -basti già sapere a voi che è stato un suono che ha creato il creato”, per poi trasfigurarsi in messaggio politico, non contingente ma universale, perchè “ora è il momento di farsi sentire”, dice il ritornello. Seppure porti avanti il discorso dando per scontata un’idea di contrapposizione tra suono e silenzio che non condivido, e attraverso un codice linguistico forse rastafariano che mi giunge oscuro, trovo luminosa l’evoluzione del testo in invito collettivo: “la strada và percorsa superando i suoi ostacoli –e vai, fratello in spirito, ovunque tu ti trovi nel mondo –perdersi è sempre possibile, però la bussola sicura l’hai dentro –[..]che nel silenzio c’è una vibrazione”. E poi nel breve inciso prima del ritornello finale: “libera la voglia di scoprire che c’è sotto, come da bambino il mostro stava sotto il letto..”. Insomma, credo sia una rara qualità riuscire a comunicare esperienze di cui è sempre molto difficile dare un’interpretazione verbale (mi viene in mente il John Lennon di “Across the universe”, non per niente con un gioiello di canzone che parla per immagini e sensazioni più che per concetti), d’altra parte il testo di “Cercando” pare ben riuscito perchè cose ne dice tante, forse troppe e sovrapposte l’una all’altra, ma con parole semplici ed efficaci. Immaginifica e complementare al senso del brano è anche qui la musica, dai suoni elettronici che rendono l’atmosfera più eterea nell’intro e nei ponti tra le strofe, alle incursioni melodiche della tromba, ai cambi ritmici che colorano il disegno reggae di base; in più v’è l’introduzione di una voce bassa che fà da bordone al canto e qualche momento in cui due voci fanno da controcanto alto, donando al tutto maggiore intensità. L’ultima traccia sorprende con un intro di pianoforte jazz che conclude la cadenza sospesa del suo giro armonico andante con l’attacco degli accordi in levare che segnano l’entrata del cantante. E altri risvolti musicali imprevedibili provengono dalla sezione di fiati che commentano il canto conferendogli una certa sfumatura soul, fino a diventare una sorta di Big Band negli incisi strumentali. Il testo è in inglese e in questo caso la versatilità di autore e cantante (la stessa persona?) intraprende non un racconto, nè una questione esistenziale, ma un flusso di pensieri in un istante di totale smarrimento. Il protagonista si sente come estraneo tra gli estranei, nessuno sa dirgli ciò che vuole sapere, indicargli la direzione dove andare, ma lui ha qualcuno da cercare “So I’m looking for you –In my thoughts”, e completa il messaggio con una conclusione in tono con le sonorità blues che lo accompagnano: “You know what I want –because you reed –in my thoughts”. I Cantinaroots hanno fatto un ottimo lavoro.

Giada Giovanile





mercoledì 7 novembre 2007
St. Francis

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St. Francis

Nome del gruppo: st. francis
Contatti
: Luigi Buccarello (3493139626); stfrancisband@gmail.com;  www.myspace.com/stfrancisband
Anno di produzione demo/disco: non riportato
Genere e tipologia del gruppo: Indie. Influenze: Sigur Ros, Radiohead. Componenti: Luigi Bucarello, Alberto Broccatelli, Maurizio Mazzenga, Francesco Cerroni
 
Buon lavoro presenta Luigi Buccarello con il suo progetto solista St. Francis band. Un lavoro solido in complesso, forse una qualche pecca di registrazione che però non macchia per niente questo tentativo. Le sonorità di questo disco ricordano per tratti Sigur Ros ed anche l’influenza (abbastanza marcata) dei Radiohead. Il disco sembra diviso in 2 parti. Le prime 3 canzoni, che trovano il punto maggiore nella prima (“Autumn” registrata con un gruppo precedente), sono un pò lente, ma proprio con la quarta canzone, si apre la migliore parte del disco, quella che va dal brano 4 fino all’8. Una seconda metà più orecchiabile, più dinamica; che va dai suoni interrotti di “Murmur”, fino a una “canzoncina” che chiude l’album (“King Kong”) che ci lascia un sapore d’inconcluso, ma nel senso buono, poichè se ricomincia il disco non disturberebbe assolutamente. Una menzione speciale merita “Control Change”, che con le sue cadenze musicali a volte ricorda “Ruby Tuesday” degli Stones. I St. Francis Band sono un gruppo valido, che sicuramente ha molto da lavorare, non per limiti di musicalità o composizione, ma perché  è necessario “ripulire” alcuni suoni. In conclusione, questo disco, che come spiega Buccarelli sul cd è solo una selezione di una produzione piu ampia, è un ottimo disco da sentire in macchina, in mezzo a qualche ingorgo dopo l’uscita dal lavoro, oppure nelle infinite gallerie della metro.

Capitan Beto





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